Voglio segnalare un bellissimo articolo di Craig Aaron sullo stato dell’arte del Municipal Broadband negli USA.
L’articolo, molto lungo ma interessante, fa uno spietato ma realistico rapporto non solo sui fallimenti e sui successi del Municipal Broadband ma anche sulla politica fallimentare contro il Digital Divide dell’attuale Governo Bush, le minacce anti Net Neutrality di McCain e lo spirito Broadband For Everyone di Obama.
Interessante il caso di MAIN ( Mountain Area Information Network ) del North Carolina, un’organizzazione no profit che ha sviluppato una rete wireless mesh per la copertura dell’intera area attraverso il contributo degli stessi abitanti della zona.
Quello che emerge dal lungo post è una situazione non dissimile a quella che si vive in Italia e per certi aspetti ancora più pericolosa dal punto di vista sociale perchè si è in presenza di un divario digitale ancora più netto fra chi ha accesso e chi non ce l’ha.
Significativa la frase di chiusura :
We treat water as a utility. We do the same thing with electricity. We have to take the same attitude here toward broadband.
Via Sascha’s Blog
Ho letto con interesse un articolo di Alfonso Fuggetta del 25 luglio scorso su LaVoce.info
L’intervento parlava del rapporto fra lo stato e le reti di telecomunicazione con particolare riferimento alle reti geografiche a banda larga che sono alla base della lotta al digital divide.
Fuggetta ha sintetizzato in 5 punti quella che è la sua, ma certo non solo la sua, visione sull’atteggiamento che lo stato deve tenere rispetto la costruzione di autostrade digitali e dei servizi che vi devono viaggiare sopra :
1. il pubblico non deve sviluppare né gestire infrastrutture in competizione con un operatore privato.
2. deve favorire lo sviluppo della concorrenza, gestendo in modo appropriato le situazioni di monopolio naturale, come l’ultimo miglio in fibra o, in prospettiva, le stesse antenne del radiomobile.
3. non deve fare scelte tecnologiche e normative che possano limitare, condizionare o ostacolare lo sviluppo complessivo del mercato.
4. deve intervenire per rendere possibile l’uso delle tecnologie e dei servizi di Internet da parte di soggetti economicamente o socialmente deboli.
5. deve garantire che questi servizi trovino il modo di diffondersi e qualificarsi in tutto il territorio nazionale.
Sul primo punto c’è poco da dire perchè in realtà esiste una normativa europea che vieta alla pubblica amministrazione di entrare in concorrenza con l’iniziativa privata
Sul secondo punto mi permetto di dire che si sfiora la retorica perchè in realtà di questo tema si parla da tempo immemore e, per lo meno nel nostro paese, i governi che si sono susseguiti si sono dimostrati incapaci di apporre questo controllo. Sulle reti mobili non sono molto d’accordo perchè essendo state sviluppate a fronte dell’acquisto di una licenza, a carissimo costo, e atrtaverso l’investimento di soldi privati mi sembrerebbe un’ingerenza da stato totalitario.
Il terzo punto ritengo vada in conflitto con il quarto oltre che con il quinto. Il mio parere è che invece lo stato, quando si parla dello sviluppo di infrastrutture primarie per lo sviluppo della società pubblica, debba intervenire come garante della neutralità delle tecnologie utilizzate proprio per evitare che si creino di fatto situazioni di monopolio che costringano la popolazione a dotarsi di una certa tecnologia brevettata per potersi collegare alla rete.
Va da se che l’impossibilità di intervenire sulle scelte tecnologiche per assicurarsi che vengano utilizzate soluzioni aperte e a basso costo per il cittadino impedisce proprio la garanzia che le fasce deboli abbiano le stesse opportunità di chi invece può avere accesso a tecnologie anche ad alto costo.
Il bel articolo di Fuggetta continua con un’affermazione che lo stesso fa ormai da molti mesi e che non mi trova d’accordo quando appunto afferma che le reti wi-fi cittadine sono di fatto concorrenti con le chiavette HSDPA o i telefoni di nuova generaazione.
Fuggetta è un Professore di prestigio e riconosciuto a livello internazionale e sono sicuro che ai fini della provocazione sorvoli sulla differenza fra una rete pervasiva sul territorio in grado di fornire in modo diffuso e soprattutto libero e condiviso i servizi a banda larga e tante chiavette che si connettono ad una rete mobile di proprietà senza fra di loro poter condividere nulla e soprattutto pagando dazio ad una telecom che, per riprendersi da degli investimenti colossali e forse mal ponderati, deve vendere a caro prezzo il servizio.
Peraltro, tralsciando i grossi problemi tecnici che potrebbero derivare da un uso massivo del mobile broadband, promuovere l’utilizzo della tecnologia mobile a banda larga per la creazione di reti cittadine potrebbe significare consegnare gli stessi cittadini nelle mani degli operatori telefonici che, visti i costi di gestione di queste reti, sarebbero gli unici a poter offrire il servizio.
Il Wi-Fi, per quanto periodicamente bistrattato, è l’unica vera tecnologia wireless libera da licenze e veramente standard in tutto il mondo e quindi in grado di consentire la creazione di reti anche dal basso grazie ad iniziative locali che si vanno a sostituire spesso sia allo stato sia agli operatori privati che non vedono business nelle aree rurali.
Tuttavia sono d’accordo con lui quando afferma che la PA debba farsi carico di fornire la connettività wireless nei luoghi pubblici, biblioteche, scuole, municipi, ecc. aggiungendo però che l’amministrazione locale dovrebbe garantire a tutti i cittadini delle condizioni minime di accesso alla rete per lo meno a bassissimo costo e questo attraverso la definizione di linee commerciali che l’operatore in concessione della rete o che dovesse ricevere investimenti pubblici per realizzare la stessa si impegni a rispettare.
Penso che questo sarebbe molto più efficace di un voucher o di un buono per utilizzare servizi di rete. In questo caso peraltro l’uso ulteriori di soldi pubblici per finanziare l’accesso ad un servizio che è stato realizzato attraverso un co-finanziamento pubblico o ancora peggio completamente privato mi lascia molto perplesso.
Fuggetta conclude il suo articolo con :
“In sintesi, una strategia di intervento pubblico dovrebbe basarsi su una serie di passaggi molto semplici: piuttosto che avere un ruolo in prima persona di gestore o operatore, il pubblico dovrebbe preoccuparsi di definire le regole, sostenere la domanda (per esempio, di soggetti deboli e pubbliche amministrazioni) ed eventualmente co-investire in quelle società che possono operare da level-playing field e volano per lo sviluppo del mercato.“
Concordo pienamente con la prima parte del messaggio ribadendo però che l’amministrazione pubblica deve definire anche i criteri tecnologici fini a garantire una neutralità totale di accesso per il cittadino e soprattutto a basso costo.
Trovo invece difficile auspicare co-investimenti pubblici in società che operino da level-playing field se poi in realtà in tutto l’articolo Fuggetta auspica lo sviluppo di reti su sistemi mobili o wi-max o fibra che presuppongono enormi investimenti che certo i nuovi player non sarebbero in grado di affrontare e che sono naturalmente territorio degli incumbent che al contrario non sono mediamente molto propensi ad atteggiamenti “fair” tipici del level-playing field.
In definitiva penso che sia importante la condivisione di una strategia di sviluppo delle reti broadband digitali che si basino su tecnologie aperte e che siano in grado di creare veri e propri ecosistemi digitali in grado di utilizzare tutte le frequenze disponibili in base alle reali esigenze del territorio e soprattutto costruite sulle necessità dei cittadini, se parliamo di reti anti digital divide, e non solo dei vendor o delle telecom.
Nicola
Questa volta il paese ( anzi la cittadina ) è proprio in Italia e ho voluto segnalarlo perchè mi è sembrato che sia stata applicata una formula intelligente di costruzione di una rete cittadina, seppur piccola, cresciuta nel tempo e penso con oculatezza di investimento del denaro pubblico.
Si tratta della rete cittadina di Bra realizzata con tecnologia mesh dal Provider Elsynet e promossa dall’Ascom Bra e dal centro commerciale naturale “La Zizzola” in collaborazione con l’Amministrazione comunale.
Il servizio è ancora in espansione e viene fornito gratuitamente dallo stesso provider ai cittadini che andranno a registrarsi presso l’ufficio relazioni con il cittadino rilasciando un proprio documento valido ( per fetto del famigerato e a mio parere inutile Decreto Pisanu ).
Speriamo che il provider e gli attori che hanno creato questa iniziativa sappiano trovare un modello di business in grado di reggere nel tempo. Per adesso il provider annuncia la possibilità di sviluppare servizi che hanno un senso.
Via i-Dome
Nicola
Leggo che FON e il Comune di Arezzo hanno stretto un accordo per creare una rete wireless cittadina attraverso l’uso di modem router Fonera.
Pur apprezzando il modello marketing di FON, sicuramente valido se andiamo a vedere i finanziamenti che FON ha acquisito nel tempo, e condividendone pertaltro la visione di una rete che si crea dal basso, mi viene da fare qualche riflessione sulla scelta fatta dal Comune Toscano :
Il lancio stampa presente sul blog italiano di FON dice “Tutti gli aretini che lo vorranno, potranno diventare Foneros, ovvero membri della community mondiale di FON, e condividere con gli altri la propria connessione a banda larga: in questo modo, con l’installazione di appositi router (le Fonere) nelle proprie abitazioni, ognuno contribuirà alla diffusione del segnale in tutta la città. Inoltre, il municipio farà installare numerosi Hotspot in zone ’strategiche’ del comprensorio, che consentiranno la connessione gratuita al web, garantendo così la ‘copertura’ di tutto il territorio cittadino.”
Cosa significa che andandosi a comprare un router Fonera ogni cittadino contribuirà alla rete cittadina? che ogni cittadino potrà ripetere grazie ai Fonera il segnale messo a disposizione dal Comune di Arezzo e lanciato dai router in outdoor?
Oppure che ogni cittadino metterà a disposizione la propria banda Internet acquistata da una telecom mettendo così un contratto fra un’azienda privata e un privato cittadino a disposizione della comunità?
Se così fosse sarebbe doveroso specificare che non si tratta di una rete cittadina ma di una serie di accessi messi a disposizione dai privati. una rete cittadina è un sistema di connessione pervasivo sul territorio, una mappa di accessi è una cosa un po diversa.
E se così fosse a questo punto l’Assessore all’Innovazione del Comune di Arezzo, Ilario Nocentini, non avrebbe fatto prima a dire ai suoi cittadini di togliere le chiavi Wep e lasciare che tutti ci navighino?
Ai fini del decreto Pisanu, che io per primo non condivido, il sistema FON, a mio parere, non è a norma per una semplice ragione :
- non esiste un provider centrale che detenga i log degli utenti che si registrano. I responsabili dei Log e del loro mantenimento per il tempo richiesto dalla Legge rimangono i singoli operatori telefonici che verrebbero chiamati in causa nell’eventualità di un uso fraudolento della linea da parte di terzi. Ma questi non avrebbero la possibilità di sapere l’identità certa di chi si è collegato in quel momento da uno dei loro router perchè l’utente farebbe parte del network FON senza avere un contratto con la telecom di turno.
Quindi ai fini della Legge vigente, per quanto inutile possa questa essere, mettere un Fonera o aprire la chiave Wep è la stessa cosa.
Il lancio stampa FON continua con :”I cittadini di Arezzo che vorranno avere accesso gratuito alla rete dovranno semplicemente installare un Router La Fonera nelle proprie abitazioni, condividendo la propria connessione a Internet e creando contemporaneamente un nuovo punto di accesso della rete municipale stessa. I cittadini che non parteciperanno attivamente potranno comunque navigare 15 minuti gratuitamente (previa visione di un video pubblicitario di 15 secondi) o acquistare un pass giornaliero al costo di soli 3,00 euro.”
Cosa significa? che ogni cittadino per poter partecipare alla cosidetta rete cittadina di Arezzo deve comprarsi a spese sue un router obbligatoriamente FON? Se così fosse, una pubblica amministrazione può mettere un’azienda privata, peraltro estera, nella condizione di creare una situazione di monopolio per quello che dovrebbe essere un servizio pubblico?
Inoltre i cittadini che non acquisteranno un router FON non potranno navigare se non per 15 minuti ( non è specificato nell’arco di quanto tempo) e sorbendosi la pubblicità o pagando “solo” 3 Euro al giorno.
I soli 3 Euro al giorno e i proventi pubblicitari a chi vanno? Se andassero a FON penso sarebbe un fatto piuttosto grave perchè di fatto si stanno usando mezzi pubblici per promuovere un’azienda privata e aumentare il suo business.
Il lancio cita ancora : “In una prima fase il Comune di Arezzo installerà i primi HotSpot FON in zone ad alta affluenza: Piazza Grande, Parco Giotto, Piazza della Badia, Parco via Mecenate, Piazza Guido Monico, Parco del Pionta, Piazza S.Agostino, Parco Villa Severi, Foro Boario e altre in fase d’identificazione.”
Se gli hot spot sono stati installati a spese di FON ben venga come iniziativa e FON ha il diritto di fornire il servizio in base alle sue regole commerciali.
Se gli hot spot invece sono stati acquistati dal Comune di Arezzo e installati a costo della municipalità allora penso dovrebbe essere doveroso far si che tutti i cittadini abbiano la stessa opportunità di accesso alla rete perchè quest’ultima realizzata con soldi pubblici.
Questo ad oggi non è dato saperlo ma sicuramente in futuro i responsabili del progetto renderanno pubblici i dettagli dell’iniziativa.
In definitiva pur essendo un grande sostenitore di politiche che consentano la generazione di reti wireless dal basso, ritengo che quest’ultime, se promosse da amministrazioni pubbliche, debbano essere progettare nel solo interesse del cittadino e delle reali esigenze del territorio e soprattutto delle zone digitalmente svantaggiate ( se mi limito ad invitare quelli che hanno l’ADSL a metterla in condivisione avrò delle grandi bolle dove l’ADSL già c’è e continuerò a mantenere divise quelle zone che non hanno le connessioni attivate ).
L’amministrazione locale, dove necessario, deve farsi carico di promuovere la creazione di reti digitali o direttamente, attraverso la creazione di società di scopo miste pubblico-private, o attraverso la promozione dell’iniziativa privata fornendo però tutti gli strumenti necessari per consentire alle imprese che volessero partecipare di fare la migliore proposta per il territorio e vigilando alchè non si creino situazioni di monopolio che consentano in futuro all’azienda aggiudicatrice di dettare le regole di accesso.
In ultimo, per evitare che con il tempo le reti wireless cittadine diventino più un modo per ottenere visibilità sui media che per risolvere concretamente il digital divide, sarebbe utile, da parte delle pubbliche amministrazioni, non farsi prendere dalla fretta del lancio stampa e sincerarsi che vengano sempre fornite ai cittadini tutte le informazioni utili e di dettaglio dei servizi che vengono a loro offerti.
Secondo una recente ricerca rilasciata dalla ABI Research il numero di hot spot nel Mondo nel 2008 è cresciuto del 40% rispetto lo stesso periodo del 2007.
Il tasso di crescita varia a seconda delle zone, ad esempio la Gran Bretagna fa da padrona in Europa, ma soprattutto l’incremento si accompagna a importanti cambiamenti dei modelli di business che le società che forniscono i servizi di hot spot stanno adottando.
Infatti l’hot spot wi-fi sembra stia passando da una percezione di costo o al massimo di servizio accessorio per attirare i clienti ad un’opportunità per aumentare le entrate economiche attraverso ad esempio, come in molti aeroporti, la fornitura di connettività wi-fi gratuita a fronte dell’acquisto di film o musica per il proprio viaggio.
Starbucks invece ha creato un programma di loyalty che premia i clienti più fedeli con minuti di comunicazione gratuiti.
Questo è sicuramente un fatto positivo, segno che il wi-fi è vissuto sempre più come un vero e proprio asset aziendale in particolar modo per il mercato retail.
Per un piccolo approfondimento clicca qui
Per chiudere due segnalazioni che dovrebbero stare nella rubrica “Paese che vai Wi-Fi che trovi” :
A Gangneung City cittadina di 250.000 abitabti circa nella Corea del Sud, la compagnia Korea Telecom ha realizzato una rete wireless cittadina dedicata alla sicurezza del territorio con telecamere e sensori per il rilevamento di elementi chimici, Co2, ecc.
La rete è stata realizzata con tecnologia mesh.
La rete è utilizzabile anche dagli operatori di sicurezza e fornisce connettività gratuita nella zona adiacente alla spiaggia ( Gangneung City è una località balneare piuttosto famosa nella zona ).
Vedi articolo
In Estonia invece esiste un progetto per la creazione di una rete wi-fi gratuita su tutto il territorio con una banda minima di 128 Kbps.
La formula è molto interessante perchè appunto garantirebbe una connessione minima per un uso nomadico e di servizi della rete all’occorrenza senza però interferire con il business degli operatori telefonici della zona.
Vedi articolo
Wi-Next è nata sulla convinzione che le reti wireless debbano nascere dal basso in modo democratico come l’accesso che devono garantire.
A dire la verità il primo anno è stato abbastanza difficile farsi ascoltare senza vedere dei sorrisi, forse più soghigni, spuntare sulle facce dei grandi esperti di rete che ci ascoltavano.
Ma il tempo, nel nostro piccolo, ci sta dando ragione e sempre più il concetto di reti bottom up sta uscendo dalla sfera della visione da topi di laboratorio o di garage, ad una realtà sempre più concreta in grado di rispondere alle esigenze sempre più importanti di connettività a banda larga.
Penso che il progetto che abbiamo e stiamo tuttora continuando a sviluppare in Sardegna nella zona del Montiferru sia la miglior testimonianza possibile di questo spirito che si basa sempre più spesso sulla volontà ferrea di chi decide di non fermarsi davanti alla burocrazia del paese e soprattutto davanti alle motivazioni delle grandi telecom e dei vendor che interpretano le reti cittadine a misura del proprio business plan più che sulle esigenze del territorio e dei cittadini ( e le due cose non obbligatoriamente vanno in contrasto una con l’altra ).
Oggi un grappolo di paesini della Sardegna fra cui Scano di Montiferro, Cuglieri, Tresnuraghes, Sennariolo, possono avere accesso alla banda larga grazie alla visione e soprattutto alla tenacia di una persona che ha deciso appunto di creare progetti importanti per la collettività, Giuseppe Rosa.
Giuseppe ha il merito soprattutto di aver dato vita a Montiferru, paesino di meno di 2.000 abitanti in provincia di Oristano, il primo corso di laurea di primo livello in Ingegneria Informatica creando un vero e proprio distaccamento del Politecnico di Torino sotto il nome di Centro Multimediale Montiferru.
Non soddisfatto di questo risultato, che lascio solo immaginare quanto è stato importante per i giovani residenti, e conscio della necessità di fornire un collegamento serio alla rete per promuovere la crescita di realtà imprenditoriali nella propria zona, si è rivolto qualche mese fa a noi per capire come poter creare a basso costo un’infrastruttura di rete Wireless in grado di coprire inizialmente un gruppo di paesi e poi di espandersi anche grazie al reinvestimento degli introiti che sarebbero giunti dai servizi erogati sul territorio.
Ad oggi la rete Wireless di Giuseppe, così mi piace chiamarla, sta espandendo con successo la sua copertura e l’unico freno ad uno sviluppo molto più veloce sia in termini di copertura che di clienti è la cronica scarsità di fibra in quella parte di Sardegna.
Ma Giuseppe non si è fermato neanche d’avanti all’assenza di corrente elettrica alimentando alcuni apparati con sistemi fotovoltaici ed eolici, dando anche un esempio piccolo ma concreto di utilizzo delle energie alternative per alimentare sistemi di telecomunicazione.
Sfruttare le risorse naturali e inesauribili del territorio, come aria e sole, per dar vita ad una rete che consenta di abbattere i confini di quel territorio. ( ditemi se non è affascinante )
La perspicacia, il lavoro, la tenacia e soprattutto l’umilta di persone come Giuseppe sono in grado di dare vita a quello che mille annunci di governanti e di grandi aziende non sono spesso in grado di fare, perchè vanno molto oltre i proclami e mirano alla reale soluzioni di un problema che chi governa sembra non riuscire a prendere in considerazione e cioè la pericolosità del divario sociale e culturale.
L’auspicio e soprattutto il nostro impegno è quello di aiutare Giuseppe e tutte le persone che hanno il suo spirito, a dare vita a questo tipo di iniziativa, orgogliosi di farne parte con i nostri apparati e con il nostro lavoro a cui questi risultati danno un senso.
Nicola ( www.winext.eu )
Si sa la Spagna vive un momento economico, oltre che sportivo, piuttosto felice e l’iniziativa non manca neanche per lo sviluppo di reti wireless a banda larga.
Oggi parleremo di due città nel paese iberico che stanno adottando un approccio decisamente diverso verso lo sviluppo della propria rete Wireless cittadina.
La prima è Malaga che ha deciso di non cimentarsi direttamente nella costruzione di una rete ma di limitarsi a realizzare una mappa degli hot spot liberi che vi sono sul territorio come ad esempio fanno WeFi e Jiwire due start up che hanno come missione la condivisione degli hot spot fra tutti i propri iscritti.
Tale decisione pare sia stata presa anche in conseguenza all’esperienza piuttosto controversa della città di Praga che dopo aver realizzato una rete wi-fi gratuita per i propri cittadini si è vista notificare una diffida da parte della UE che ha costretto a limitare l’utilizzo della rete alle sole attività della PA locale.
Infatti esiste una regolamentazione della UE che impedisce alla pubblica amministrazione di entrare in concorrenza con le imprese private fornendo servizi di telefonia voce e dati alla comunità in maniera gratuita.
Per questo motivo è sempre necessario, dove la municipalità volesse intervenire per risolvere un gap digitale e sociologico grave, creare società miste pubblico-privato o co-finanziare lo sviluppo di una rete attraverso bando pubblico.
La seconda città è Girona dove la rete Wireless realizzata ad oggi è limitata ad un’area all’interno della quale si stanno effettuando test per l’utilizzo di sistemi di videosorveglianza, per la copertura di edifici pubblici e l’offerta di connettività gratuita nella aree pubbliche e nei pressi delle Università.
In base ai risultati del test la copertura wireless verrà espansa all’intera cittadina con modalità e tempi ancora da definire.
I risultati del test diranno inoltre quali potranno essere le applicazioni più interessanti sul territorio cittadino oltre alla connettività, come ad esempio reti di sensori, controllo del traffico e sistemi VOIP per gli operatori pubblici.
Personalmente ritengo questo approccio molto corretto perchè finalizzato alla creazione di una rete Wireless veramente disegnata sull’esigenza del territorio e non, come invece spesso accade, sulle caratteristiche della tecnologia utilizzata.
Nicola (www.winext.eu)
Negli ultimi mesi si fanno sempre più frequenti i dibattiti sull’efficacia di una tecnologia wireless rispetto un’altra e spesso addirittura si levano voci che invitano quasi ad abbandonare soluzioni come il Wi-Fi perchè rese obsolete dalle tecnologie WAN ovvero le HSDPA o le HSUPA.
Più volte abbiamo cercato di portare il nostro contributo esprimendo un’opinione che non vuole contrapporre le WAN alle MAN o addirittura alle PAN ma che vede la necessità di immaginare e progettare degli ecosisitemi di trasmissione in grado di sfruttare al massimo tutte le caratteristiche dei vari protocolli a disposizione.
In questo contesto abbiamo disegnato delle ipotesi che vedevano dei sistemi di trasmissione in grado di accedere al backHaul attraverso le reti mobili HSDPA e poi diffondere a livello locale il segnale attraverso sistemi basati su 802.11 ovvero il Wi-Fi in modo da renderli facilmente accessibili ai devices più comunemente diffusi come banalmente il proprio portatile.
Se fossimo infine in presenza di una soluzione Wi-Fi mesh potremmo anche pensare che ogni oggetto presente all’interno dell’area possa ripetere il segnale e creare magari una rete di contenuti in grado di rendere disponibili informazioni, servizi e appunto contenuti in modalità push senza bisogno di effettuarne una ricerca.
Chiaramente la prima applicazione possibile è quella della connessione al web in mobilità sulla propria auto o su un autobus, treno, ecc.
Fa piacere leggere così la notizia che in Svezia la compagnia di autobus Swebus da qualche giorno fornisce la connettività Internet gratuita sui suoi 80 autobus in servizio verso la Norvegia e la Danimarca.
Il backhaul è “garantito” dalla banda HSPA e la rete locale è servita attraverso Wi-Fi per i passeggeri e cablatura Ethernet per gli apparati degli autobus, sia quelli utili per il funzionamento dello stesso sia quelli dedicati all’intrattenimento dei passeggeri.
Chiaramente il primo dubbio sorge sulla capacità di reggere una comtemporaneità di connessioni sufficiente per servire un certo numero di utenti, ma come dico sempre, cominciamo a portare il segnale e poi per i miglioramenti abbiamo tempo e con l’aiuto degli stessi utilizzatori facciamo prima.
Altra notizia interessante, su cui vorrò tornare nei prossimi giorni, è quella che è rimbalzata la scorsa settimana in tutto il Mondo e che vedeva al centro dell’attenzione la Chrysler e l’annuncio del lancio di una serie di automobili provviste di connettività HSDPA e router Wi-Fi per la fornitura di servizi professionali ma anche ludici durante il viaggio.
Questo è un tema sicuramente molto interessante su cui noi stessi stiamo lavorando da qualche tempo e che promette scenari applicativi estremamente promettenti grazie ad applicazioni di portable mesh che sarebbero in grado di trasformare ognuna di queste auto in veri e propri nodi di rete in grado di ottimizzare ad esempio le stesse reti wireless cittadine.
Impossibile? Giochetto da visionari? vedremo, perchè quello che abbiamo capito in questi anni di lotte e di discussioni infinite sui modelli delle reti wireless è che solo il tempo e la pazienza sono quello che serve per poter vedere chi aveva ragione
Nicola ( www.winext.eu )
Inauguriamo stasera una rubrica dedicata alla nascita, ai successi, ai fallimenti e alle chiusure delle tante reti wireless cittadine che prolificano in giro per il mondo.
Non è un semplice esercizio per riportare notizie che già sono pubblicate sui vari siti online specializzati, ma vuole essere un modo per poter analizzare insieme i vari modelli di business per capire il perchè le reti falliscono e cosa c’è alla base del successo di altre.
Beijing in occasione delle Olimpiadi lancerà la propria rete cittadina servita dall’operatore CECT.Chinacomm.
Il progetto prevede un’implementazione su tre fasi con una copertura di circa 100 Miglia quadrate con accesso gratuito durante le Olimpiadi per finire nel 2010 con la copertura completa in banda larga Wi-Fi.
Non è dato sapere il costo dell’accesso quando il servizio sarà a pagamento ne’ è dato sapere quanto sarà libera la navigazione sulla rete wireless o wired che sia.
La speranza è che facciano scelte illuminate come a Singapore con il progetto Wireless@SG nato anche in questo caso gratis per i primi tre anni ma già con un progetto di sviluppo che prevede costi di accesso a bassissimo costo, fortemente diffusi sul territorio e differenziati sulla base delle esigenze della popolazione e del tessuto produttivo.
Chi invece pare non si sia mosso in modo illuminato è il governo locale di Oakland in Michigan e l’operatore Pontiac-based MichTel Communications che stanno per chiudere la rete wireless cittadina costata fino ad oggi circa 6 milioni di dollari e che, a causa della difficoltà di creare un modello di business concreto, fatica a trovare i rimanenti 60 milioni di Dollari necessari secondo il progetto ideato dall’operatore.
C’è da chiedersi cosa pensavano di fare con 70 milioni di dollari.
Una visione forse anche peggiore di quella che ha guidato il progetto Milano Wireless che prevedeva 16 mila access point come prolunghe della rete in fibra di MetroWeb.
E’ veramente necessario per il successo delle reti wireless metropolitane che ci sia una stretta e fattiva collaborazione fra gli operatori privati e l’amministrazione pubblica locale che non deve sostituirsi al primo ma deve impegnarsi da un lato per mettere a disposizione le proprie risorse infrastrutturali e dall’altro imporre dei criteri di servizio che tengano conto delle reali esigenze del territorio oltre che di quelle del business del provider.
Nicola ( www.winext.eu )
La crescita di un paese passa anche attraverso la sua capacità di diffondere nella popolazione l’uso delle tecnologie di comunicazione e in particolar modo di Internet.
Questo assioma però stenta a essere preso in considerazione in paesi come il nostro che pur facendo parte delle Nazioni più potenti del Mondo rimangono ciechi alla necessità di dotare i propri cittadini, il tessuto produttivo e il mondo didattico di un accesso alla banda larga equamente e democraticamente distribuito sul territorio e in particolar modo nelle aree rurali.
Nel frattempo molti paesi in via di sviluppo o quelli più genericamente identificati come “del terzo mondo” prendono coscienza di questa primaria necessità, come ad esempio il Bangladesh in cui il Bangladesh Telecommunications Regulatory Commission, una sorta di nostra AGCOM ma pare molto più illuminata, ha lanciato una massiccia campagna di diffusione dell’accesso alla banda larga nelle aree rurali in cui vivono oltre il 70% dei 144 milioni di abitanti.
Il piano della BTRC consiste nel collegamento di tutte le scuole pubbliche alla banda larga in modalità gratuita e l’abbattimento di oltre il 60% delle tariffe di collegamento per ogni tipo di utenza broadband.
In Italia chiaramente non possiamo aspettarci annunci di questo genere perchè sarebbero sproporzionati ma sarebbe già un ottimo risultato la cancellazione del Decreto Pisanu e l’introduzione di agevolazioni per la creazione di reti wireless geografiche da parte di iniziative private li dove le telecom non ritengono profittevole realizzare reti a banda larga.
Il Prof. Brewer dell’Università di Berkeley, da sempre impegnato nella realizzazione di reti wi-fi nelle aree in via di sviluppo come il sud Africa, in una recente intervista ha dichiarato quello che a nostro parere sta alla base dell’importanza delle reti Wi-Fi :
“il bello delle reti Wi-Fi è che non c’è bisogno del carrier per poterle realizzare e le aree rurali non possono aspettare il carrier”
Ed è quello che anche noi stiamo vivendo non solo in Italia ma anche in altre paesi dove nelle aree rurali cresce sempre di più l’iniziativa privata fatta di persone che si “consorziano”, in alcuni casi con l’aiuto della pubblica amministrazione locale, per creare quell’infrastruttura di rete minima che consenta un accesso democratico alla banda larga.
Reti che devono necessariamente costare molto meno di quello a cui siamo ormai abituati e soprattutto che siano in grado di crescere con il crescere delle reali esigenze e siano sotto il controllo di chi le utilizza e non di chi ha la proprietà degli apparati che la compongono.
Grazie al Wi-Fi mesh persone come il Prof. Brewer realizzano reti a banda larga e a bassissimo costo in grado di consentire anche nelle aree più isolate del Mondo la telemedicina, di portare l’informazione e soprattutto di dare una possibilità di futuro produttivo indipendente rispetto i paesi occidentali.
Solitamente, parlando dell’importanza delle reti a banda larga nelle aree disagiate, mi sento dire che forse sarebbe meglio cercare di dar da mangiare a quelle popolazioni prima che Internet, ma la mia riflessione è che limitando i nostri interventi alla semplice sussistenza, senza creare i presupposti per una crescita economica e produttiva autosufficiente di queste aree, non faremo altro che continuare a tenere in ostaggio intere popolazioni senza dargli una via verso la propria indipendenza.
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