Ho letto con interesse un articolo di Alfonso Fuggetta del 25 luglio scorso su LaVoce.info

L’intervento parlava del rapporto fra lo stato e le reti di telecomunicazione con particolare riferimento alle reti geografiche a banda larga che sono alla base della lotta al digital divide.

Fuggetta ha sintetizzato in 5 punti quella che è la sua, ma certo non solo la sua, visione sull’atteggiamento che lo stato deve tenere rispetto la costruzione di autostrade digitali e dei servizi che vi devono viaggiare sopra :

1. il pubblico non deve sviluppare né gestire infrastrutture in competizione con un operatore privato.
2. deve favorire lo sviluppo della concorrenza, gestendo in modo appropriato le situazioni di monopolio naturale, come l’ultimo miglio in fibra o, in prospettiva, le stesse antenne del radiomobile.
3. non deve fare scelte tecnologiche e normative che possano limitare, condizionare o ostacolare lo sviluppo complessivo del mercato.
4. deve intervenire per rendere possibile l’uso delle tecnologie e dei servizi di Internet da parte di soggetti economicamente o socialmente deboli.
5. deve garantire che questi servizi trovino il modo di diffondersi e qualificarsi in tutto il territorio nazionale.

Sul primo punto c’è poco da dire perchè in realtà esiste una normativa europea che vieta alla pubblica amministrazione di entrare in concorrenza con l’iniziativa privata

Sul secondo punto mi permetto di dire che si sfiora la retorica perchè in realtà di questo tema si parla da tempo immemore e, per lo meno nel nostro paese, i governi che si sono susseguiti si sono dimostrati incapaci di apporre questo controllo. Sulle reti mobili non sono molto d’accordo perchè essendo state sviluppate a fronte dell’acquisto di una licenza, a carissimo costo, e atrtaverso l’investimento di soldi privati mi sembrerebbe un’ingerenza da stato totalitario.

Il terzo punto ritengo vada in conflitto con il quarto oltre che con il quinto. Il mio parere è che invece lo stato, quando si parla dello sviluppo di infrastrutture primarie per lo sviluppo della società pubblica, debba intervenire come garante della neutralità delle tecnologie utilizzate proprio per evitare che si creino di fatto situazioni di monopolio che costringano la popolazione a dotarsi di una certa tecnologia brevettata per potersi collegare alla rete.

Va da se che l’impossibilità di intervenire sulle scelte tecnologiche per assicurarsi che vengano utilizzate soluzioni aperte e a basso costo per il cittadino impedisce proprio la garanzia che le fasce deboli abbiano le stesse opportunità di chi invece può avere accesso a tecnologie anche ad alto costo.

Il bel articolo di Fuggetta continua con un’affermazione che lo stesso fa ormai da molti mesi e che non mi trova d’accordo quando appunto afferma che le reti wi-fi cittadine sono di fatto concorrenti con le chiavette HSDPA o i telefoni di nuova generaazione.

Fuggetta è un Professore di prestigio e riconosciuto a livello internazionale e sono sicuro che ai fini della provocazione sorvoli sulla differenza fra una rete pervasiva sul territorio in grado di fornire in modo diffuso e soprattutto libero e condiviso i servizi a banda larga e tante chiavette che si connettono ad una rete mobile di proprietà senza fra di loro poter condividere nulla e soprattutto pagando dazio ad una telecom che, per riprendersi da degli investimenti colossali e forse mal ponderati, deve vendere a caro prezzo il servizio.

Peraltro, tralsciando i grossi problemi tecnici che potrebbero derivare da un uso massivo del mobile broadband, promuovere l’utilizzo della tecnologia mobile a banda larga per la creazione di reti cittadine potrebbe significare consegnare gli stessi cittadini nelle mani degli operatori telefonici che, visti i costi di gestione di queste reti, sarebbero gli unici a poter offrire il servizio.

Il Wi-Fi, per quanto periodicamente bistrattato, è l’unica vera tecnologia wireless libera da licenze e veramente standard in tutto il mondo e quindi in grado di consentire la creazione di reti anche dal basso grazie ad iniziative locali che si vanno a sostituire spesso sia allo stato sia agli operatori privati che non vedono business nelle aree rurali.

Tuttavia sono d’accordo con lui quando afferma che la PA debba farsi carico di fornire la connettività wireless nei luoghi pubblici, biblioteche, scuole, municipi, ecc. aggiungendo però che l’amministrazione locale dovrebbe garantire a tutti i cittadini delle condizioni minime di accesso alla rete per lo meno a bassissimo costo e questo attraverso la definizione di linee commerciali che l’operatore in concessione della rete o che dovesse ricevere investimenti pubblici per realizzare la stessa si impegni a rispettare.

Penso che questo sarebbe molto più efficace di un voucher o di un buono per utilizzare servizi di rete. In questo caso peraltro l’uso ulteriori di soldi pubblici per finanziare l’accesso ad un servizio che è stato realizzato attraverso un co-finanziamento pubblico o ancora peggio completamente privato mi lascia molto perplesso.

Fuggetta conclude il suo articolo con :

In sintesi, una strategia di intervento pubblico dovrebbe basarsi su una serie di passaggi molto semplici: piuttosto che avere un ruolo in prima persona di gestore o operatore, il pubblico dovrebbe preoccuparsi di definire le regole, sostenere la domanda (per esempio, di soggetti deboli e pubbliche amministrazioni) ed eventualmente co-investire in quelle società che possono operare da level-playing field e volano per lo sviluppo del mercato.

Concordo pienamente con la prima parte del messaggio ribadendo però che l’amministrazione pubblica deve definire anche i criteri tecnologici fini a garantire una neutralità totale di accesso per il cittadino e soprattutto a basso costo.

Trovo invece difficile auspicare co-investimenti pubblici in società che operino da level-playing field se poi in realtà in tutto l’articolo Fuggetta auspica lo sviluppo di reti su sistemi mobili o wi-max o fibra che presuppongono enormi investimenti che certo i nuovi player non sarebbero in grado di affrontare e che sono naturalmente territorio degli incumbent che al contrario non sono mediamente molto propensi ad atteggiamenti “fair” tipici del level-playing field.

In definitiva penso che sia importante la condivisione di una strategia di sviluppo delle reti broadband digitali che si basino su tecnologie aperte e che siano in grado di creare veri e propri ecosistemi digitali in grado di utilizzare tutte le frequenze disponibili in base alle reali esigenze del territorio e soprattutto costruite sulle necessità dei cittadini, se parliamo di reti anti digital divide, e non solo dei vendor o delle telecom.

Nicola