8 Ago
Ho letto con interesse un articolo di Alfonso Fuggetta del 25 luglio scorso su LaVoce.info
L’intervento parlava del rapporto fra lo stato e le reti di telecomunicazione con particolare riferimento alle reti geografiche a banda larga che sono alla base della lotta al digital divide.
Fuggetta ha sintetizzato in 5 punti quella che è la sua, ma certo non solo la sua, visione sull’atteggiamento che lo stato deve tenere rispetto la costruzione di autostrade digitali e dei servizi che vi devono viaggiare sopra :
1. il pubblico non deve sviluppare né gestire infrastrutture in competizione con un operatore privato.
2. deve favorire lo sviluppo della concorrenza, gestendo in modo appropriato le situazioni di monopolio naturale, come l’ultimo miglio in fibra o, in prospettiva, le stesse antenne del radiomobile.
3. non deve fare scelte tecnologiche e normative che possano limitare, condizionare o ostacolare lo sviluppo complessivo del mercato.
4. deve intervenire per rendere possibile l’uso delle tecnologie e dei servizi di Internet da parte di soggetti economicamente o socialmente deboli.
5. deve garantire che questi servizi trovino il modo di diffondersi e qualificarsi in tutto il territorio nazionale.
Sul primo punto c’è poco da dire perchè in realtà esiste una normativa europea che vieta alla pubblica amministrazione di entrare in concorrenza con l’iniziativa privata
Sul secondo punto mi permetto di dire che si sfiora la retorica perchè in realtà di questo tema si parla da tempo immemore e, per lo meno nel nostro paese, i governi che si sono susseguiti si sono dimostrati incapaci di apporre questo controllo. Sulle reti mobili non sono molto d’accordo perchè essendo state sviluppate a fronte dell’acquisto di una licenza, a carissimo costo, e atrtaverso l’investimento di soldi privati mi sembrerebbe un’ingerenza da stato totalitario.
Il terzo punto ritengo vada in conflitto con il quarto oltre che con il quinto. Il mio parere è che invece lo stato, quando si parla dello sviluppo di infrastrutture primarie per lo sviluppo della società pubblica, debba intervenire come garante della neutralità delle tecnologie utilizzate proprio per evitare che si creino di fatto situazioni di monopolio che costringano la popolazione a dotarsi di una certa tecnologia brevettata per potersi collegare alla rete.
Va da se che l’impossibilità di intervenire sulle scelte tecnologiche per assicurarsi che vengano utilizzate soluzioni aperte e a basso costo per il cittadino impedisce proprio la garanzia che le fasce deboli abbiano le stesse opportunità di chi invece può avere accesso a tecnologie anche ad alto costo.
Il bel articolo di Fuggetta continua con un’affermazione che lo stesso fa ormai da molti mesi e che non mi trova d’accordo quando appunto afferma che le reti wi-fi cittadine sono di fatto concorrenti con le chiavette HSDPA o i telefoni di nuova generaazione.
Fuggetta è un Professore di prestigio e riconosciuto a livello internazionale e sono sicuro che ai fini della provocazione sorvoli sulla differenza fra una rete pervasiva sul territorio in grado di fornire in modo diffuso e soprattutto libero e condiviso i servizi a banda larga e tante chiavette che si connettono ad una rete mobile di proprietà senza fra di loro poter condividere nulla e soprattutto pagando dazio ad una telecom che, per riprendersi da degli investimenti colossali e forse mal ponderati, deve vendere a caro prezzo il servizio.
Peraltro, tralsciando i grossi problemi tecnici che potrebbero derivare da un uso massivo del mobile broadband, promuovere l’utilizzo della tecnologia mobile a banda larga per la creazione di reti cittadine potrebbe significare consegnare gli stessi cittadini nelle mani degli operatori telefonici che, visti i costi di gestione di queste reti, sarebbero gli unici a poter offrire il servizio.
Il Wi-Fi, per quanto periodicamente bistrattato, è l’unica vera tecnologia wireless libera da licenze e veramente standard in tutto il mondo e quindi in grado di consentire la creazione di reti anche dal basso grazie ad iniziative locali che si vanno a sostituire spesso sia allo stato sia agli operatori privati che non vedono business nelle aree rurali.
Tuttavia sono d’accordo con lui quando afferma che la PA debba farsi carico di fornire la connettività wireless nei luoghi pubblici, biblioteche, scuole, municipi, ecc. aggiungendo però che l’amministrazione locale dovrebbe garantire a tutti i cittadini delle condizioni minime di accesso alla rete per lo meno a bassissimo costo e questo attraverso la definizione di linee commerciali che l’operatore in concessione della rete o che dovesse ricevere investimenti pubblici per realizzare la stessa si impegni a rispettare.
Penso che questo sarebbe molto più efficace di un voucher o di un buono per utilizzare servizi di rete. In questo caso peraltro l’uso ulteriori di soldi pubblici per finanziare l’accesso ad un servizio che è stato realizzato attraverso un co-finanziamento pubblico o ancora peggio completamente privato mi lascia molto perplesso.
Fuggetta conclude il suo articolo con :
“In sintesi, una strategia di intervento pubblico dovrebbe basarsi su una serie di passaggi molto semplici: piuttosto che avere un ruolo in prima persona di gestore o operatore, il pubblico dovrebbe preoccuparsi di definire le regole, sostenere la domanda (per esempio, di soggetti deboli e pubbliche amministrazioni) ed eventualmente co-investire in quelle società che possono operare da level-playing field e volano per lo sviluppo del mercato.“
Concordo pienamente con la prima parte del messaggio ribadendo però che l’amministrazione pubblica deve definire anche i criteri tecnologici fini a garantire una neutralità totale di accesso per il cittadino e soprattutto a basso costo.
Trovo invece difficile auspicare co-investimenti pubblici in società che operino da level-playing field se poi in realtà in tutto l’articolo Fuggetta auspica lo sviluppo di reti su sistemi mobili o wi-max o fibra che presuppongono enormi investimenti che certo i nuovi player non sarebbero in grado di affrontare e che sono naturalmente territorio degli incumbent che al contrario non sono mediamente molto propensi ad atteggiamenti “fair” tipici del level-playing field.
In definitiva penso che sia importante la condivisione di una strategia di sviluppo delle reti broadband digitali che si basino su tecnologie aperte e che siano in grado di creare veri e propri ecosistemi digitali in grado di utilizzare tutte le frequenze disponibili in base alle reali esigenze del territorio e soprattutto costruite sulle necessità dei cittadini, se parliamo di reti anti digital divide, e non solo dei vendor o delle telecom.
Nicola
9 Responses per "Il digital divide e il ruolo dello Stato"
[...] Original WiFighters [...]
Non condivido i suoi commenti, ovviamente.
Primo, ci saranno anche normative europee, ma se un comune offre gratuitamente servizi di accesso a Internet via WiFi entra in competizione con gli operatori di mercato.
Secondo, non ho detto che lo stato NON deve intervenire. Ho spiegato credo in modo preciso che deve definire regole (che lei richiama nel suo post), sostegno alla domanda e anche investimento nelle infrastrutture fisiche proprio per sopperire alle carenze del mercato.
Terzo, le licenze le avranno anche acquistate a caro prezzo ma se guardo agli utili degli operatori mobili non penso che debbano strapparsi i capelli dall disperazione. Peraltro, sono loro per primi che stanno condivendo le infrastrutture perché la competizione a livello infrastrutturale non si regge più.
Sul ruolo dei privati, ovvio che sostegno alla domanda e investimenti in infrastrutture vanno fatti a valle della definizione di regole (nuove) che tutelino utenza e mercato. Inoltre, sono per la separazione strutturale delle società che gestiscono le infrastrutture fisiche. Quindi il suo riferimento agli operatori esistenti viene a cadere.
Sulle questione tecniche, osservo che le reti 3G ci sono e funzionano discretamente. Quelle WiFi non ci sono e hanno limiti tecnici noti. Peraltro, io non sono “contro “WiFi”, anzi. Dico solo che WiFi è solo un pezzetto della soluzione (e neanche troppo grande).
Infine, spero che il suo accenno agli interesse delle telecom non si riferisse al mio articolo. Possiamo avere idee diverse, ma io non faccio gli interessi delle telecom. Per nulla.
[...] che sto avendo sui temi delle reti WiFi e 3G. Una delle obiezioni che mi viene fatta (per esempio qui ma non solo) è che siccome gli operatori mobili non garantiscono neutralità, [...]
Caro Professore, la ringrazio prima di tutto per aver lasciato un suo riscontro sul nostro blog.
In riferimento alla normativa europea mi sembra che stiamo dicendo la stessa cosa, semplicemente facevo notare che esistendo una normativa europea che vieta alla PA di fare concorrenza utilizzando soldi pubblici la discussione su questo punto era superflua.
In generale concordo sul fatto che il Wi-Fi è solo un componente di quel ecosistema di trasmissione di cui cerco di parlare il più possibile e che deve essere composto da tutte le tecnologie wireless a nostra disposizione e usate in modo combinato in base alle esigenze e alle infrastrutture presenti.
Onestamente non concordo affato con lei quando afferma che le reti wi-fi non esistono e penso che sia proprio questo suo atteggiamento che denoti la sua visione molto poco obiettiva su questa tecnologia.
Io posso portarle la nostra testimonianza di due reti in particolar modo, una in Alta Langa e l’altra in Sardegna a Montiferru, dove grazie proprio alla tecnologia Wi-Fi Mesh è stato possibile realizzare a basso costo reti broadband anche molto estese dando così la possibilità ai cittadini e alle imprese di avere un servizio di connettività a basso costo.
Sono sicuro che molti altri in Italia potrebbero lasciare una testimonianza in questo senso e io stesso adesso le scrivo da un piccolo paese a Creta dove grazie a moltissimi hot spot di accesso gratuiti posso collegarmi a costo zero invece di pagare follie di roaming agli operatori telefonici.
Il problema vero è che il Wi-Fi soffre di quello che ha sofferto la musica digitale a causa dell’atteggiamento cieco e suicida della major discografiche che hanno perso troppo tempo a cercare di bloccare in tutti i modi ( legali e illegali ) l’avanzata della musica digitale per poi accorgersi che era un guerra persa. Così è per il Wi-Fi che ancora oggi soffre di una guerra da parte degli operatori che non sapendo come usarlo lo temono e quindi lo osteggiano o per lo meno lo ignorano.
In compenso il mobile broadband esiste sicuramente ma ancora oggi a costi molto alti e con performance molto basse perchè, sempre a causa degli alti costi di gestione, gli operatori telefonici stanno bene attenti a non sprecare risorse nelle zone rurali concentrando così la tecnologia nei capoluoghi o nei centri più abitati e aumentando in questo modo di fatto il digital divide.
Sulle licenze UMTS pagate dagli operatori, tolta l’assoluta leggerezza con cui fu affrontato il tema tanti anni fa, penso sia diritto delle telecom che hanno sborsato quei soldi ( ricordo sempre privati ) decidere le migliori strategie per far fruttare al massimo il loro investimento senza l’intrusione da parte dello stato.
Per il resto caro Professore non mi immagino neanche di considerarla al servizio delle telecom e comunque anche se fosse non penso ci sarebbe nulla di cui scandalizzarsi anche perchè altrimenti sarebbe offensivo nei confronti di chi lavora quotidianamente e onestamente per gli operatori telefonici.
“sua visione molto poco obiettiva su questa tecnologia”.
Ci va leggero lei, vero, nel dare giudizi?
Io sono utente di dispositivi mobili e nella mia esperienza, prima ancora che in analisi teoriche o di mercato, le connessioni 3G sono molto più diffuse di quelle WiFi. A meno che lei non consideri quelle a 20 Euro al giorno in hotel come alternative praticabili. Non si può confondere la disponibilità di servizi diffusi con il fatto che in alcuni luoghi qualcuno ha reso disponibile connettività WiFi. Questo non vuol dire che critico o che non voglio considerare WiFi. Vuol dire semplicemente che bisogna fare un salto di qualità e trovare soluzioni di sistema che scalino a livello nazionale.
“non mi immagino neanche di considerarla al servizio delle telecom e comunque anche se fosse non penso ci sarebbe nulla di cui scandalizzarsi”
Certo, dipende tutto dal tono e dal modo in cui lo si dice. In Italia c’è un brutto vezzo di fare intendere che se uno dice certe cose è perché ha un interesse personale. Se fossi consulente di Telecom, lo direi in modo chiaro e netto. Non lo sono: se scrivo certe cose è perché lo penso.
Per il resto, ho risposto sul mio blog al commento che ha lasciato.
P.S.: A Creta chi paga? Perché il problema non è dare soldi agli operatori mobili, cosa che neanche a me sollazza molto. Il problema è capire come si sostengono iniziative alternative. Vedi ciò che ho scritto sul mio blog.
Caro Professore, non do giudizi faccio solo considerazioni personali e onestamente considerare una persona non obiettiva su certi argomenti non penso sia cosa scandalosa o offensiva.
Chiaramente se posso averla urtata mi scuso.
Venendo al tema di interesse, sono daccordo che i servizi mobili sono maggiormente diffusi ma il problema è capire quanto la qualità del servizio mobile è diffusa,specialmente nelle periferie, e soprattutto quanto è accesibile sia in termini di hardware da aggiungere che specialmente in termini di costi.
Il fatto che una tecnologia sia diffusa non significa necessariamente che sia la migliore.
Sono tuttavia daccordo che si sia in presenza di uno sviluppo delle reti wi-fi a macchia di leopardo che sarebbe necessario omogeneizzare sul territorio ma onestamente dubito che questo sarà mai possibile proprio per la natura “non governativa” di questa tecnologia che auspico rimanga.
A Creta immagino paghino i proprietari delle varie taverne e bar che hanno capito che il Wi-Fi è un servizio accessorio da dare come comodity gratuita ad un pubblico internazionale e quindi presumibilmente abituato ad avere accesso alla rete.
Lavoro per un vendor tlc (non c’inzerta con il post ma giusto per chiarire).
Connessioni mobili:
non c’e’ backhauling a sufficienza, quindi non sono sostenibili in misura massiccia.
Poi se investissero sul backhauling allora ok.
Ma se investissero sul backhauling per fare diventare prettamente dati una rete prettamente voce … be’ ecco sarebbe come fare un’altra rete (le femtocelle insegnano).
Wifi:
l’hardware costa poco al pubblico (direi niente ormai, quindi come per le connesisoni mobili) e permette alla PA che lo voglia fare di stimolare operatori privati a dare i servizi.
Poi e’ chiaro che serve un backhauling anche in questo caso, ma e’ un backhauling che puo’ sempre nascere sulla spinta della PA. Che e’ vero che non investe direttamente, ma che per “amore” dei suoi cittadini stimola opportunamente i privati a farlo.
Non vedo grandi contraddizioni tra le due strategie (perche’ non si sceglie una tecnologia, bensi’ una strategia).
E poi: perche’ non una facile coesistenza ?
Mauro
Ciao Mauro, è proprio sul concetto di coesistenza delle varie tecnologie wireless che insistiamo.
Chiaramente privilegiamo il Wi-Fi per nostra scelta tecnologica e di facilità di approccio anche per piccole strutture, ma dove possibile cerchiamo di promuovere la creazione di ecosistemi di trasmissione digitale che utilizzino gli spettri disponibili.
Logicamente le tecnologie mobili usando frequenze governative non sono accessibili se non attraverso gli operatori e quindi a costi molto più alti.
Sono peraltro daccordo con te nel sostenere che non c’è backhauling a sufficienza neanche per le tecnologie mobili e quello che c’è viene didicato al 90% alla voce ( applicazione per cui è nata ).
Il digital divide e il ruolo dello Stato…
Ho letto con interesse un articolo di Alfonso Fuggetta del 25 luglio scorso su LaVoce.info
L’intervento parlava del rapporto fra lo stato e le reti di telecomunicazione con particolare riferimento alle reti geografiche a banda larga che sono alla ba…
Lascia una risposta