Ogni giorno Google Reader ci riporta la notizia di una rete wireless metropolitana che chiude o un’altra che fatica a tirare avanti a causa non di fattori tecnologici particolari ma semplicemente di business plan completamente campati per aria e finalizzati la maggior parte delle volte a far aumentare il valore dell’azienda che ha installato la rete e fornisce il servizio piuttosto che quello del territorio che serve.
L’ultimo caso è quello dell’operatore Metro-Fi in California che dal 2002 ha scelto come modello di business la copertura di vaste aree in città come Illinois, Portland, San Francisco Bay Area, ecc. e la fornitura di connettività gratuita ai cittadini del luogo.
In questi giorni la compagnia ha annunciato la chiusura progressiva delle reti in alcune di queste città avvisando i cittadini di prepararsi allo shutdown della rete nei prossimi giorni.
Questa scelta non è tanto maturata in seguito allo scarso utilizzo della rete ma soprattutto per l’incapacità della compagnia di trovare un modello di business che consenta di ricavare revenues.
In realtà compagnie come questa non si preoccupano di trovare un modello di ricavi dalle reti wireless metropolitane perchè in realtà il loro modello di business si basa sulla speranza, tipica della vecchia new economy, che poi qualcun altro si compri le reti togliendoli dall’impiccio e consentendogli di fare le valigie per andare a vivere di rendita alle Bahamas.
Come questo esistono almeno una decina di altri casi in giro per il nuovo ma anche per il vecchio continente e il danno derivante da questo tipo di iniziative è molteplice perchè non solo crea un disservizio sul territorio ma mina alle fondamenta la credibilità pubblica rispetto uno strumento invece imprescindibile per la lotta al digital divide e per la creazione di reti di telecomunicazioni efficaci e soprattutto a basso costo sia per le città che per le zone cosi dette rurali.
Il nostro gruppo di lavoro da anni ormai sostiene con forza e in ogni occasione la necessità di rivedere drasticamente le logiche costruttive che stanno alla base della progettazione e della creazione di reti wireless geografiche sia dal punto di vista tecnologico che culturale.
Dal punto di vistra tecnologico riteniamo indispensabile rivedere i modelli realizzativi delle reti prevedendo l’utilizzo di tecnologie che consentano una costruzione scalabile dal basso delle reti attraverso l’uso di soluzioni mesh based e soprattutto open source per evitare di utilizzare soldi pubblici per pagare brevetti privati con il risultato non solo di spendere molto di più ma anche di rendere di fatto l’amministrazione pubblica, centrale o locale che sia, schiava di quel dato fornitore.
Dal punto di vista culturale invece si rende necessario un cambio di atteggiamento che porti ad una progettazione delle reti che prenda in considerazione le esigenze reali del territorio, della popolazione residente e del tessuto produttivo.
Un progetto che non tenga conto della densità di popolazione e del reddito della stessa nelle varie zone, delle aziende presenti sul territorio e che soprattutto non collabori in modo stretto con la pubblica amministrazione locale per la ricerca di un rapporto di scambio di servizi nel comune interesse di aumentare il valore delle proprie attività, è un progetto destinato a morire nell’arco di breve tempo ma non prima aver fatto magari la fortuna del fornitore di apparati che nel frattempo ha venduto i suoi prodotti risultando così l’unico ad aver fatto l’affare.
Non può esistere una rete gestita esclusivamente da privati che hanno preso l’appalto dall’amministrazione pubblica o hanno semplicemente pagato una concessione. Deve essere creato un progetto di sviluppo in cui la PA locale metta a disposizione ad esempio le sue strutture a fronte della garanzia da parte del provider, proprietario della rete, di fornire un determinato livello di servizio per le strutture pubbliche o per zone particolarmente disagiate a costi estremamente contenuti o addirittura gratuitamente.
Deve esser previsto un piano di sensibilizzazione sui cittadini che, a fronte di un servizio a basso costo, si rendano disponibili a collaborare “dal basso” alla creazione di una rete che si espanda con l’espansione delle esigenze del territorio.
Abbiamo sempre ritenuto inutile utilizzare subito migliaia di access point sparsi in modo piu o meno indiscriminato sul territorio, ma al contrario crediamo fermamente in uno sviluppo modulare della rete in grado di farla crescere secondo le reali esigenze della popolazione e delle imprese presenti e non in base alle esigenze di budget degli hardware vendor e dei loro distributori.
In questo modo pensiamo che lo stesso provider privato possa trovare un modello di business sano che veda giungere gli introiti da un modello di servizio modulare in cui possano coesistere tariffe “popolari” senza particolari garanzie di servizio, insieme a tariffe “professionali” per quegli utenti che invece necessitano di livelli di servizio garantiti.
Nel nostro piccolo abbiamo creato e stiamo creando reti in Italia basate su questo modello con una certa soddisfazione da parte di tutti gli attori coinvolti e vediamo che ultimamente città importanti stanno lanciando bandi di gara basati su questo modello come ad esempio quello da poco pubblicato dalla città di Bologna per l’espansione del progetto Iperbole.
A conferma dell’efficacia di questo tipo di modello c’è la case history di Singapore in cui grazie ad un lavoro congiunto fra l’autorità di Governo locale e un gruppo di provider è stata creata una rete wireless cresciuta nel tempo ( oggi conta circa 7.200 hotspots ) e che oggi conta oltre 850.000 utilizzatori felici.
Wireless@SG , questo il nome del progetto, è nata infatti dall’accordo fra pubblica amministrazione e impresa privata in cui la prima ha dettato le regole per assicurare un servizio minimo a zero costo per i primi 3 anni e poi a costo molto basso, si parla di 1,5$/mese per il collegamento Internet e 3,6$/mese per il servizio VOIP, per gli anni successivi.
Inoltre il Governo di Singapore si è garantito il servizio nei luoghi pubblici mettendo sulla bilancia la disponibilità delle proprie strutture e dei propri mezzi.
Dal nostro punto di vista continueremo a condividere questa nostra visione nella decisa convinzione che sia l’unico approccio possibile verso la costruzione di strumenti di comunicazione senza fili veramente efficaci per l’abbattimento progressivo del divario digitale prima che diventi un divario sociale.
Di seguito riporto una nostra presentazione in cui descriviamo più nel dettaglio quanto ho provato a sintetizzare in questo post.
La Information Technology e Innovation Foundation ha pubblicato un interessante rapporto sulle politiche di sviluppo del broadband negli Stati Uniti e in alcuni paesi del mondo e non ha risparmiato critiche per le scelte dell’attuale governo Bush affermando chiaramente che gli Stati Uniti potrebbero prendere a modello le politiche utilizzate in altri paesi.
E’ possibile consultare il PDF qui ( armatevi di pazienza sono oltre 100 pagine ma ne vale la pena ).
Contemporaneamente ha rilasciato anche il ranking della penetrazione broadband di 30 principali paesi nel mondo.
Farà piacere sapere che l’Italia si piazza ventunesima con una banda larga disponibile media di 4,2 Mbps.
E’ pensare che qualcuno vorrebbe venderci il fatto che ormai andiamo a 7,2 Mbps su telefonia cellulare.
L’auspicio è che il nuovo governo che si accinge ad occupare le poltrone trovi anche il tempo per riflettere sul fatto che l’accesso alla banda larga è un requisito imprescindibile per aumentare la propria efficienza e capacità produttiva oltre che per fare quello che questo paese alla deriva ha smesso di provare a fare da tempo….. innovare.
A questo proposito segnalo anche la prima bozza di rapporto sul software open source rilasciata dalla commissione per l’uso dell’Opensource nella PA presieduta dal Prof. Angelo Raffaele Meo e che spero non venga dimenticata dal nuovo esecutivo.
Peraltro ho avuto la fortuna di lavorare per un po di tempo con il Prof. Meo e da lui e dai suoi stretti collaboratori, alcuni dei quali sono diventati poi miei colleghi, ho imparato l’importanza dello sviluppo delle tecnologie opensource e soprattutto l’importanza di apportare innovazione seppur in questo paese significhi avere vita molto dura.
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